Chi sono

Mi definisco artigiano non per modestia, ma per precisione.
Uso questa parola per prendere le distanze da un’idea di “artista” spesso svuotata di senso, attribuita a chi si espone senza ricerca, senza passione e con l’urgenza di stare al centro, invece che con il desiderio di restituire qualcosa che faccia vibrare il mondo.

Non mi sono mai identificato come artista, perché considero questo termine adatto a pochi, eccezionali. Il mio lavoro è diverso: è fatto di pratica quotidiana, di tentativi, di errori, di azioni che nascono dalla fantasia e che non sempre hanno un’utilità immediata. Mi concedo la libertà di crearle perché mi divertono, e di condividerle con il pubblico come si condividono oggetti costruiti con le mani.

Fatico a descrivermi perché ogni descrizione tende a fissare una forma, mentre il mio lavoro è mobile. Cambia nel tempo, si sposta, si mette in discussione. Credo che proprio in questo movimento risieda il lavoro di chi sta sulla scena: interrogare continuamente ciò che fa, come lo fa e perché lo fa.

Se dovessi usare una sola parola per raccontarmi, sceglierei versatile.
La versatilità, per me, non è adattamento passivo, ma il risultato della curiosità: una spinta a esplorare ambiti diversi dello spettacolo dal vivo, a mettere le mani in pasta, a attraversare ruoli e funzioni senza gerarchie rigide. È un modo di lavorare che nasce dall’artigianato e torna sempre lì, alla cura del gesto, al tempo necessario, all’attenzione per il processo.

Il mio lavoro prende forma nell’incontro con le persone, i contesti e i materiali. Ogni progetto è un’occasione per rimettere in gioco ciò che so fare e per lasciarlo trasformare.

Se però voleste proprio vedere il mio curriculum, lo trovate qui sotto

Ora hai un pezzo in più della mappa, andiamo! –> clown

Chi sono

Mi definisco artigiano non per modestia, ma per precisione.
Uso questa parola per prendere le distanze da un’idea di “artista” spesso svuotata di senso, attribuita a chi si espone senza ricerca, senza passione e con l’urgenza di stare al centro, invece che con il desiderio di restituire qualcosa che faccia vibrare il mondo.

Non mi sono mai identificato come artista, perché considero questo termine adatto a pochi, eccezionali. Il mio lavoro è diverso: è fatto di pratica quotidiana, di tentativi, di errori, di azioni che nascono dalla fantasia e che non sempre hanno un’utilità immediata. Mi concedo la libertà di crearle perché mi divertono, e di condividerle con il pubblico come si condividono oggetti costruiti con le mani.

Fatico a descrivermi perché ogni descrizione tende a fissare una forma, mentre il mio lavoro è mobile. Cambia nel tempo, si sposta, si mette in discussione. Credo che proprio in questo movimento risieda il lavoro di chi sta sulla scena: interrogare continuamente ciò che fa, come lo fa e perché lo fa.

Se dovessi usare una sola parola per raccontarmi, sceglierei versatile.
La versatilità, per me, non è adattamento passivo, ma il risultato della curiosità: una spinta a esplorare ambiti diversi dello spettacolo dal vivo, a mettere le mani in pasta, a attraversare ruoli e funzioni senza gerarchie rigide. È un modo di lavorare che nasce dall’artigianato e torna sempre lì, alla cura del gesto, al tempo necessario, all’attenzione per il processo.

Il mio lavoro prende forma nell’incontro con le persone, i contesti e i materiali. Ogni progetto è un’occasione per rimettere in gioco ciò che so fare e per lasciarlo trasformare.

Se però voleste proprio vedere il mio curriculum, lo trovate qui sotto

Ora hai un pezzo in più della mappa, andiamo! –> clown